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Roberto Alajmo, quando la cronaca diventa romanzo

A colloquio con l'autore di "Notizia del disastro"

L'INTERVISTA. di Francesco Piraino
(Nota per il lettore: il testo di seguito riportato è solo una parte dell'intervista completa, pubblicata in forma integrale su "Club", la rivista del Club Letterario Italiano riservata agli associati).
Il compito di uno scrittore che si accinge a raccontare i fatti della vita è quello di riuscire a filtrare la realtà nella sua essenza e comunicare in maniera autentica le emozioni dei protagonisti. È un lavoro che lascia poco spazio alla fantasia e richiede grande concentrazione perché nessun particolare deve essere trascurato. Incontriamo il giornalista e scrittore Roberto Alajmo che per i suoi libri ama ispirarsi ai fatti di cronaca, autore di "Notizia del disastro" (Garzanti), un romanzo su una sciagura aerea accaduta tempo fa in Italia...

Perché ha deciso di raccontare un fatto di cronaca così drammatico, un incidente aereo realmente avvenuto? «Mi pare che la morte sia il vero, grande tabù dei nostri anni. Questo libro è un modesto tentativo di sfatare questo tabù».
E quale filosofia emerge da questa storia? «Rispondo citando il distico di Camus che apre il mio libro: "...Non si sopporta di ammettere che un numero enorme di persone, ognuna delle quali conteneva in sé tutte le evenienze del genere umano, sia stato massacrato inutilmente, assolutamente per nulla; e perciò si va in cerca di qualche significato. Poiché la storia prosegue è sempre facile trovare un senso nella sua continuità, e si fa in modo che acquisti decenza. Ma la verità non ha alcuna decenza"».
Cosa l'ha spinta a farne un romanzo? «A questa tragedia avevo accennato in uno dei racconti del mio precedente libro "Le scarpe di Polifemo" (Feltrinelli, Milano, 1998). Questo volume, più in generale, è il proseguimento di una specie di ossessione, più che un progetto. Quella di catalogare l'intero genere umano in sottospecie di varie categorie. Mi ha colpito il repertorio dei passeggeri di questo aereo e quella storia mi ha preso progressivamente e mi ha tenuto in ostaggio per 5 anni, fino a diventare le 400 cartelle che servono a scrivere "romanzo" sulla copertina».
C'è un personaggio che più degli altri l'ha coinvolta emotivamente? «Ovviamente, uno si affeziona più a un personaggio piuttosto che ad un altro perché ha una storia; io citerei Giuseppe Cravotta, che non era sull'aereo, e poi indicherei l'hostess, perché in qualche modo è un personaggio chiave cui tutti i sopravvissuti alla tragedia fanno riferimento. L'hostess era molto carina, e tutti i superstiti o quasi, che erano uomini giovani, l'avevano notata subito. Tutti i ricordi di quel volo sono legati a lei, che si chiamava Annalisa Bufacchi. Si trovava sull'aereo per caso: quel giorno non doveva essere in servizio, ma aveva sostituito una collega».
In che misura la cronaca, la ricostruzione, supera gli elementi di fantasia in questa sua trasposizione letteraria?
«Sulla copertina c'è scritto "romanzo" soltanto perché la narrazione è basata in massima parte sulle testimonianze dei sopravvissuti. Ci sono pochissime persone al mondo che possono raccontare di essere sopravvissuti a un incidente aereo. Però sono passati vent'anni e un evento del genere, soprattutto dopo tanto tempo, diventa nel ricordo di chi l'ha vissuto un qualcosa di diverso. Moltissime delle testimonianze che ho raccolto sono palesemente in contrasto fra loro. Alcuni hanno romanzato proprio la loro memoria. Per questo mi è sembrato più onesto adottare la parola "romanzo": nel romanzo l'autore in qualche modo si riserva di apportare delle variazioni nel materiale che adopera. Io in realtà mi sono permesso, a titolo personale, delle libertà soltanto nelle giunture tra una storia e l'altra, diciamo nel modo di intrecciarle. Ma tutto è basato su nomi e fatti veri o riferiti come veri dai testimoni».
Quali criteri ha adottato per documentarsi? «Mi sono servito di libri, quotidiani dell'epoca, atti giudiziari, registrazioni di bordo, interviste ai superstiti».
Ma dietro ai suoi racconti c'è sempre un fatto di cronaca? «Di solito sì, anche se adesso sto scrivendo un altro libro che in realtà è pura fiction. Però quasi sempre alla base delle mie storie c'è qualcosa di vero che ho osservato o letto in cronaca. Vi sono storie che molto spesso sui giornali vengono liquidate con poche righe: io comincio a ragionare, a cercare di capire quali personaggi ci sono dietro ai fatti. Per esempio "Notizia del disastro" è venuto fuori in fasi successive; dopo la pubblicazione su "Diario" di un paio di racconti su questa vicenda mi sono arrivate altre testimonianze di gente che diceva "c'ero anch'io" ed ho scoperto che ognuno aveva una visione o una memoria diversa di quel viaggio e di quell'incidente. La realtà è sempre un punto di partenza, poi viene naturalmente stravolta e rielaborata fino a diventare leggenda metropolitana».
Da cosa nasce la sua ispirazione? Quando decide che una storia merita di essere raccontata? «Qualcuno diceva: l'arte è al 10% ispirazione e al 90% traspirazione. Condivido in pieno. Io lavoro sulle storie vere: parto da un fatto di cronaca dopo che la cronaca è finita, dopo che i riflettori si sono spenti; quando sono andati via i giornalisti mi piace tornare e vedere come vanno a finire o come non vanno a finire le storie».
Quanto tempo impiega in media per scrivere un racconto? «Il tempo che impiego per scrivere va considerato come il tempo nel gioco della pallacanestro o del calcio: bisogna contare anche le interruzioni, e le interruzioni non contano. Questo libro l'ho scritto a intermittenza, con grandi pause che sono fisiologiche, perché io faccio moltissime stesure al computer e tra una stesura e l'altra ci sono dei tempi di sedimentazione che mi portano poi a rileggere dopo mesi e spesso a cancellare tutto».
Quanto tempo dedica ogni giorno alla scrittura? «La scrittura creativa, se vogliamo darle questo orribile nome, non mi impegna molto. Di solito mi ci dedico la mattina, al massimo due ore al giorno, perché poi una buona parte della giornata la passo pure a scrivere stronzate. Non scrivo mai la sera, perché in quelle ore sono sicuramente un deficiente».
Ha l'abitudine di discutere i suoi testi o di farli leggere a qualcuno mentre li scrive? «Ne discuto in continuazione. Le mie idee hanno bisogno di prendere molta aria. Ho una persona che rilegge il testo quando è provvisoriamente definitivo. È perfetto: taglia corto sui complimenti e sottolinea le stronzate».
Quando capisce che una sua opera è pronta per la pubblicazione? «Quando non ne posso più di trovarmela davanti ogni mattina e penso che è ora di cacciarla di casa e darle la possibilità di farsi una propria vita. La fase della rilettura, dei ritocchi, può durare anche più della stesura stessa. Sicuramente dura di più, perché la rilettura, come dire, prevede un certo distacco, non riesco a leggere più di venti pagine alla volta nella fase della revisione, perché altrimenti poi mi distraggo, non funziono più».
Il suo stile espressivo è il risultato di una ricerca sofferta? «Molto. Ma spero che il lettore non se ne accorga».
Chi sono i suoi punti di riferimento, i suoi modelli? Ci sono opere o autori da cui si sente influenzato? «Sciascia è il mio maestro, anche se è un maestro involontario. Lo considero un maestro nel senso che era una persona con cui valeva la pena non essere d'accordo. Di queste figure nel panorama italiano si sente molto la mancanza. L'ho conosciuto e l'ho ammirato moltissimo. Non posso dire che direttamente mi abbia ispirato; attraverso i suoi libri, però, indubbiamente mi ha aiutato. Poi lui era uno che insegnava anche alzando le sopracciglia... A Caltanissetta, nella sua giovinezza, osservava Vitaliano Brancati e in qualche modo lo ammirava e ne succhiava con lo sguardo il talento. Ecco, mi piace pensare che nello stesso modo io, quarant'anni dopo, guardavo Sciascia per le strade di Palermo, nelle vie dove andava il pomeriggio a chiacchierare con i suoi amici e cercavo di trarre qualche insegnamento. E poi naturalmente ci sono i suoi libri: lo Sciascia che io preferisco è quello delle ricostruzioni storiche».
Ama i "polizieschi" di Sciascia? «No, in realtà i polizieschi di Sciascia non mi piacciono molto. Mi piacciono di più "La scomparsa di Majorana" e "Il Consiglio d'Egitto". Leonardo Sciascia partiva da un dato di cronaca, seppure di cronaca antica, e lo andava allargando e congetturando fino a farne un piccolo libro».
Che genere di libri preferisce leggere? «Io sono un lettore di polizieschi, sono un lettore sciasciano e poi mi piacciono in generale gli scrittori che raccontano le storie senza tirarla troppo per le lunghe».
Cosa significa per lei scrivere? Perché scrive? «La risposta è un luogo comune, ma vero: è sempre meglio di lavorare. Per tutti scrivere è innanzitutto riuscire a farsi leggere. Io sono un assertore delle letteratura che deve diventare popolare, nel senso che lo scrittore deve prendere per mano il lettore e portarlo però dove il lettore non sa».
Pensa che Internet potrebbe cambiare questo stato di cose? «Non credo che internet sia onnipotente. È utile, ma c'entra poco con la letteratura».
Allora cosa si potrebbe fare in Italia per promuovere il piacere della lettura? «Intanto c'è un problema di alfabetizzazione. Non è una di quelle cose che possono essere risolte dagli scrittori; a monte c'è un problema di educazione alla lettura che dovrebbe cominciare a scuola, mentre invece la scuola italiana è un deterrente alla lettura. Io credo che farebbero bene a non insegnare certi autori, perché poi li bruciano. Personalmente posso dire che certi scrittori come Dante e Manzoni ho potuto rileggerli soltanto di recente, quando era finita la nausea che mi aveva inculcato la scuola. Quindi nella scuola italiana, intanto, una prima cosa che potrebbero fare è, visto e considerato che altre riforme non ne vedo, insegnare soltanto quegli autori che è inutile salvare, cioè, per esempio, fare dei lunghi corsi, dei lunghi quadrimestri tutti imperniati su D'Annunzio, uno di quelli che poi, anche se passano cinquant'anni, non li riscopri più. Questo a monte, poi a valle c'è, secondo me, una tendenza degli scrittori italiani a scrivere più per leggersi fra di loro, con la pretesa di essere letti anche da altri. Tendono a non aprirsi molto e rinchiudersi in un elite e a scrivere di conseguenza, cioè usando un linguaggio eccessivamente astruso».
Qual è il messaggio che intende trasmettere con le sue opere? «Il messaggio è molto banalmente quello di leggere un libro perché in quel libro c'è un'esistenza alternativa. Credo che poi il motore di tutti lettori sia quello di andare a leggere, andare a vivere le storie, le vite degli altri, perché una vita sola non ci basta e poi moriamo. Allora bisogna collezionare il più possibile: per me, come lettore, ossessivamente è questo».
Ricorda come ha scoperto la passione per la scrittura? «A scuola l'italiano scritto era l'unica materia in cui andassi sopra la sufficienza. Comunque penso che sia una predisposizione che ho sempre avuto; poi a un certo punto è finito il pudore ed è cominciata la consapevolezza».
A che età? «L'età della consapevolezza risale più o meno a una decina di anni fa. In realtà, facendo il mestiere di giornalista, con la scrittura ho a che fare da vent'anni a questa parte; per quanto riguarda invece la cosiddetta scrittura creativa, ho iniziato nel 1992».
Cosa l'ha spinta a intraprendere l'attività di scrittore? «Come giornalista ho un approccio abbastanza, come dire, non commerciale con la scrittura. Come scrittore ho iniziato per una committenza molto precisa: mi hanno chiesto di scrivere un libro e l'ho scritto. E poi ho visto che mi è piaciuto».
Quale apprendistato suggerisce a chi desidera scrivere per pubblicare? «La formuletta meno peggiore è: trovatevi un maestro e cercate di imparare il mestiere da lui. Che lui lo sappia o no».
Per concludere, cosa si aspetta dalla sua attività di scrittore? «Mi piacerebbe comprarmi una casa, prima o poi, coi diritti d'autore».
E dai suoi lettori? «Io mi aspetto che i lettori mi seguano in un posto che non conoscono, mentre invece mi accorgo che la maggior parte degli scrittori di successo in Italia va sempre in un posto che i lettori già conoscono, dandogli sempre la pappa che loro già si aspettano, un po' liofilizzata, credendosi in dovere di rassicurarli. Io vorrei per lo meno che i miei libri non fossero per nulla rassicuranti, vorrei che facessero ridere ma nello stesso tempo, mentre il lettore si sta piegando dal ridere, gli dessero anche un calcio nella pancia. Vorrei che fossero sempre leggermente spiazzanti rispetto alle aspettative del lettore. Di sicuro "Notizia del disastro" è spiazzante, perché io passo per essere uno scrittore umoristico, mentre in realtà questo libro di umoristico ha poco, molto poco». (Proprietà letteraria riservata - All rights reserved - © Copyright 2001 by Club Letterario Italiano and Ediclub)

Notizie sull'autoreL'AUTORE.
Roberto Alajmo è nato nel 1959 a Palermo, dove vive e lavora come giornalista alla sede siciliana della Rai. Collabora con il quotidiano "la Repubblica" e cura una rubrica sulla rivista "Diario della settimana". Ha svolto il ruolo di critico teatrale al Giornale di Sicilia, è stato docente di Storia del Giornalismo alla facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Palermo e consigliere d'amministrazione del teatro Stabile di Palermo. Oltre ad alcune commedie teatrali, ha pubblicato il racconto "Una serata con Wagner" (Novecento, Palermo, 1986) e i volumi "Un lenzuolo contro la mafia" (Gelka, Palermo, 1993); "Repertorio dei pazzi della città di Palermo" (Garzanti, Milano, 1994), consultabile con contributi da altre città sul sito www.diario.it; "Almanacco siciliano delle morti presunte" (Edizioni della Battaglia, Palermo, 1997); "Le scarpe di Polifemo" (Feltrinelli, Milano, 1998), con cui ha vinto il premio "Arturo Loria"; "Notizia del disastro" (Garzanti, Milano, 2001).

Informazioni sul libroLa copertina del volumeIL LIBRO.
Alle ore zero e trentotto del 23 dicembre 1978 un DC9 in volo da Roma a Palermo si schiantò in mare a poche centinaia di metri dalla pista di Punta Raisi. Morirono centootto persone, tra passeggeri e membri dell'equipaggio. I superstiti furono ventuno. Attraverso le testimonianze dei protagonisti, di famigliari e amici, le registrazioni della cabina di pilotaggio, i documenti ufficiali, i giornali dell'epoca e i verbali d'inchiesta, Roberto Alajmo ha ricostruito la storia e i volti di quegli uomini e di quelle donne, i terribili secondi sospesi tra la vita e la morte mentre la carlinga s'inabissava nel buio... Centrato su un evento drammatico, "Notizia del disastro" si dipana come un romanzo polifonico, è la memoria di una morte insensata.

Compra questo libro online "Notizia del disastro"
, romanzo di Roberto Alajmo
Garzanti Libri, Narratori Moderni, Milano, 2001
ISBN 88.11.66005.X, pagine 187, Lire 25.000 - Euro 12,91.


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